
Conobbi il fenomeno “Buffy, the Vampire
Slayer” piuttosto tardi. Credo che in Italia stessero trasmettendo la quarta
stagione. Inizialmente ero piuttosto prevenuta, come spesso mi accade con i
telefilm i cui protagonisti sono dei teen-ager.
“È il solito telefilm per
adolescenti. Idea carina l’ambientazione horror-vampiresca, ma cribbio, poco
credibile dal momento che gli autori hanno affidato la salvezza del mondo a dei
ragazzini immaturi che puzzano ancora di latte”, mi sono
detta.
Intendiamoci... Io provengo dal fandom Trek, dove gli eroi sono
personaggi adulti che si pongono dilemmi di etica e morale. Capite bene, quindi,
la mia perplessità su una ragazzetta che portava sulle spalle il peso del
mondo.
Sarò anche retrograda, ma Buffy non è il mio ideale di
Atlante.
Poi, complice la curiosità che è stata causa di tante mie scelte, mi
decisi a guardare qualche puntata.
Non fu un colpo di fulmine, né un amore a
prima vista. Ma i dialoghi erano carini e, con mia grande sorpresa, la storia
funzionava. Soprattutto apprezzavo quel modo di raccontare su più livelli, la
comicità e la tragedia.
Non posso dire però che il solito meccanismo di
transfert, quello che ogni spettatore attua sul protagonista, funzionasse. Non
del tutto almeno.
La solitudine sì, il peso delle responsabilità sì, ma
quella voglia di essere solo e soltanto un’adolescente no. E come potevo
ritrovarmici? Sono cresciuta con i grandi interrogativi che si ponevano Kirk e
Spock, per cui la bionda cacciatrice non poteva che sembrarmi
superficiale.
Poi sono cominciate le repliche della seconda stagione e...
fermi tutti!
Chi era quel personaggio così schivo eppure così magnetico, con
le tenebre che gli si modellano addosso e quella luce dentro?
Chi era quel
personaggio impossibile da ignorare, con quegli occhi che ti incatenano, la voce
appena un sussurro che scivola lungo la spina dorsale?
Quale altro
protagonista è mai stato così intenso?
Bello e affascinante, non nel senso
classico del termine o nel significato che gli americani attribuiscono a queste
caratteristiche. Profondo, intelligente, intuitivo e sensibile, con la forza e
la volontà di non cercare mai la strada più facile e breve. Deciso a percorrere
fino in fondo il proprio personale calvario, senza chiedere sconti o aiuti a
nessuno.
Caspita, ma vi pare poco? Non c’è assolutamente nulla di banale in
lui.
Ecco il colpo di fulmine, ecco l’amore a prima vista.
Ormai guardavo
gli episodi per sapere cosa succedeva a lui, per sapere se la sua anima
tormentata avrebbe trovato un po’ di pace e di felicità.
Cerco di farla
breve. Dopo tre intense stagioni, Angel lascia Sunnydale e parte per Los
Angeles.
E sono nati di colpo due interrogativi. Primo, perché continuare a
guardare BtVS. Secondo, come fare senza Angel.
Da lì è nata l’esigenza di
leggere fanfic. E per alcuni anni ci sono state solo quelle.
Poi, complice la
rete, pochi mesi fa sono riuscita a mettere le mani su “Angel the Series”.
Ed
è stato l’incanto.
Che importa di Buffy. Che importa di Sunnydale. Datemi
solo e soltanto Angel, che finalmente, libero del fatto di non essere più un
co-protagonista, ha tutta la dignità e lo spazio che gli spettano e che
merita.
È stato purtroppo un incontro sul filo di lana, perché pochi mesi fa
AtS è terminato dopo cinque splendide, meravigliose e intense stagioni.
Ecco
quindi l’esigenza di raccontare di Angel e della sua Los Angeles.
Di
raccontare di lui e degli altri personaggi del Whedonverse che più mi hanno
colpita.
Per mantenere vivo il sogno che ogni notte entra nella camera da
letto, avviluppante e seducente come un vampiro...
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